Perché una convivenza registrata e un contratto di convivenza non possono produrre un permesso di soggiorno al familiare extracomunitario?

Perché una convivenza registrata e un contratto di convivenza non possono produrre un permesso di soggiorno al familiare extracomunitario?

Facciamo un esempio pratico, che mette in luce le differenze tra convivenza e unioni civili.

Questa è la situazione: un cittadino italiano registra all’anagrafe la convivenza con la sua compagna extracomunitaria,  in aggiunta a un contratto di convivenza (legge 76 del 20 maggio 2016). La legge, oltre alla Cirinnà, è quella del 30/2007, che alla parola “partner” include al 100% anche le unioni registrate. In sostanza, il cittadino italiano, con la possibilità di avere anche in Italia una registrazione ufficiale di convivenza, ha fatto una regolare richiesta per famiglia con la sua compagna, convivente registrata, alla luce anche del fatto che in quasi tutta Europa dove ci sono le convivenze registrate, gli stati membri rilasciano il permesso di soggiorno.

Perché in questo caso non succede?

Il primo passo è ancora una volta quello di distinguere fra unioni civili e convivenza di fatto.

La legge 76 del 2016 ha introdotto in Italia la disciplina della convivenza di fatto, con cui ha istituito  specifici diritti e doveri e regolato gli eventuali contratti di convivenza: tuttavia, non ha equiparato i conviventi di fatto ai coniugi. Una scelta differente è stata invece fatta per le unioni civili.

In particolare, la legge sulle unioni civili afferma che (per assicurare l’effettività della tutela dei diritti e l’adempimento degli obblighi) le disposizioni che si riferiscono al matrimonio o ai coniugi nelle leggi, nei regolamenti, negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano alle parti dell’unione civile: come le norme del Codice civile espressamente richiamate, e con l’esclusione della legge sull’adozione. È poi prevista la delega al Governo per meglio coordinare, modificare, riordinare e integrare le varie disposizioni (comma 20 dell’articolo unico).

Ma nulla di tutto questo è stato invece previsto dal legislatore del 2016 nel caso di convivenza di fatto, con la conseguenza che i conviventi registrati non possono essere equiparati ai coniugi, o ai componenti dell’unione civile, in materia di immigrazione e soggiorno.

Un’ultima precisazione, che riguarda proprio la direttiva relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare direttamente nel territorio degli Stati membri (2004/38/CE), e alla sua attuazione (decreto legislativo 30 del 6 febbraio 2007). Fra i familiari, dopo il coniuge, è sì indicato il partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata sulla base della legislazione dello Stato membro, ma solo nel caso in cui la legislazione dello stato membro che li ospita equipari l’unione registrata al matrimonio (e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante /articolo 2, comma 1, lettera b, numero 2).

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